Cocaina e Ultras: le curve tra tifo, spaccio e rituali di potere
Oggi la cocaina è parte integrante della cultura ultras. Non è solo consumo: è codice, appartenenza, gerarchia.

Una volta c’erano le pezze cucite a mano, le trasferte in treno, la passione viscerale e i volantini ciclostilati. Oggi, nelle stesse curve, circolano cocaina, soldi facili e gerarchie da clan. In cinquant’anni il movimento ultras ha vissuto una metamorfosi brutale: da forma di militanza politica e sociale a zona franca per il piccolo e grande crimine. Lo stadio, da teatro popolare, è diventato bazar della polvere bianca.
Ultras, espressione radicale della tifoseria
Nati sul finire degli anni ’60, gli ultras erano l’espressione più radicale della tifoseria, ma anche qualcosa di più: un’identità collettiva, un’idea di appartenenza che andava oltre il calcio. Le prime curve organizzate – come la Fossa dei Leoni del Milan (1968) o i Boys della Lazio e dell’Inter – portavano nei gradoni i codici delle subculture giovanili dell’epoca: antagonismo, gerarchia orizzontale, senso di comunità. Negli anni ’70 e ’80 le curve si politicizzano: a Roma e Napoli emergono le anime di sinistra; a Milano, Verona, Bergamo quelle legate all’estrema destra. Ma al centro resta sempre un’idea forte: la curva come zona autonoma, gestita dal basso, contrapposta allo stadio borghese del tifo da salotto.
Con la fine della stagione ideologica, qualcosa si spezza. La passione cede il passo alla violenza fine a se stessa, il “noi contro loro” diventa fine unico. Le curve si verticalizzano: emergono leader, capi indiscussi, gruppi che si spartiscono il controllo dei biglietti, del merchandising e, progressivamente, dello spaccio. Negli anni 2000, molti gruppi si trasformano definitivamente in macchine di potere: la curva diventa spazio da gestire, difendere, vendere. È in questo contesto che la cocaina entra in curva non solo come sostanza, ma come strumento.
Cocaina e cultura ultras
Oggi la cocaina è parte integrante della cultura ultras. Non è solo consumo: è codice, appartenenza, gerarchia. Assumerla significa far parte. Farla girare significa comandare. Chi la spaccia detta le regole, chi ne fa uso diventa parte del branco. A Roma, a Verona, a Milano e persino a Cosenza, la dinamica è la stessa: lo stadio si trasforma in piazza di spaccio, i bagni in luoghi di scambio, le trasferte in occasioni per trafficare. I gruppi ultras che un tempo stampavano fanzine ora organizzano logistiche da narcos, con tanto di staffetta e sicurezza interna. Le curve replicano modelli da gang: riti, prove di resistenza, omertà, e un’ideologia fittizia fatta di onore, fratellanza e “mentalità”, spesso solo copertura per interessi materiali.
Dietro tutto questo, non c’è solo criminalità. C’è un vuoto. Le curve si sono trasformate in spazi di sostituzione sociale: rifugio per chi è cresciuto nel degrado urbano, riserva identitaria per chi non si riconosce in nulla al di fuori del gruppo. Dove non arriva lo Stato, arrivano le curve. E con esse, chi le sa gestire: i clan, i capi, i trafficanti. Il tifo diventa una scusa. Il vero spettacolo è l’auto-organizzazione del potere. Il consumo di cocaina in questo contesto ha anche una valenza simbolica. È un modo per affermare la propria esistenza, la propria resistenza, il proprio coraggio. Non a caso si consuma spesso in gruppo, nel prepartita, in trasferta, nei raduni. In quei momenti la curva diventa tribù. E la droga, un linguaggio comune.
Il fenomeno non riguarda solo le grandi città. Anche in piazze più piccole – come Cosenza – lo schema è lo stesso. Le dinamiche sono forse meno visibili, ma non meno presenti. La curva diventa luogo di consumo collettivo, spesso sotto gli occhi di tutti. La coca gira, lo spaccio si muove in silenzio, la presenza è costante. E il silenzio delle istituzioni ancora di più.
Il silenzio intorno
Società calcistiche conniventi, dirigenti che chiudono un occhio (o due), politica muta, forze dell’ordine accondiscendenti. Finché la curva canta e riempie lo stadio, va tutto bene. Poco importa se sotto gli striscioni gira cocaina, se chi guida il tifo gestisce affari milionari. Si interviene solo quando scoppia lo scandalo. Poi si torna al silenzio. Ma il fenomeno è strutturale. I gruppi ultras – molti, non tutti – sono oggi bracci armati del degrado urbano e delle mafie locali. La curva non è più solo un luogo di tifo, ma un sistema economico, con le sue regole, i suoi affari, la sua droga. L’evoluzione è chiara: da movimento spontaneo e antagonista a struttura parallela che replica i peggiori modelli del potere. Dove prima c’erano volantini e cori, oggi ci sono whatsapp criptati e dosi da tagliare. Dove c’era militanza, ora c’è business. Dove c’era comunità, ora c’è controllo. E nel frattempo, il calcio resta a guardare. Chi parla di “valori dello sport” si gira dall’altra parte quando la curva è comandata da chi gestisce droga e violenza. E così il ciclo si chiude: la curva, simbolo popolare per eccellenza, è stata colonizzata. Dalla cocaina, dalla criminalità, e dall’indifferenza.