Stilliani, Pallaria e Oliverio
Stilliani, Pallaria e Oliverio

Corruzione, falsificazione di documenti, appropriazione indebita, frode, abuso d'ufficio e accesso non autorizzato a sistemi informatici, sono questi i reati che hanno scosso le fondamenta dell’amministrazione pubblica a seguito dell’inchiesta sulle presunte attività illecite che si sarebbero verificate tra il 2018 e il 2020, coinvolgendo numerosi funzionari e figure di spicco della Regione.

Due filoni d'indagine e i capi d'accusa

L’indagine, articolata in 47 capi d’imputazione, si suddivide in due principali ambiti. Il primo riguarda Domenico Maria Pallaria, che all’epoca dei fatti ricopriva ruoli di vertice sia nel Dipartimento di Presidenza sia nella Protezione Civile regionale. Secondo gli inquirenti, Pallaria avrebbe agevolato la carriera di Giovanna Belvedere in cambio della promessa di favori personali, facilitandone l’assunzione presso il Dipartimento di Presidenza con il supporto di Giovanni Forciniti, dirigente generale di Azienda Calabria Lavoro.

La proroga contrattuale irregolare

Pallaria, insieme ad Antonio Nisticò, amministratore della Protezione Civile, avrebbe inoltre concesso in maniera illecita la proroga contrattuale di un anno a quattro collaboratori assunti nel 2017. Secondo gli inquirenti, tale decisione sarebbe stata sollecitata dall’ex Presidente della Regione, Mario Oliverio, e sarebbe avvenuta senza il rispetto delle procedure richieste per tali rinnovi.

Utilizzo illecito di mezzi e fondi pubblici

L’inchiesta svela anche un uso improprio dei mezzi regionali da parte di Pallaria, che avrebbe utilizzato un’auto di servizio con autista per scopi personali, sottraendola al suo regolare impiego. In più occasioni, il dirigente si sarebbe fatto accompagnare in provincia di Reggio Calabria per motivi privati e persino presso il proprio fisioterapista. Le accuse non si fermano qui: Pallaria è sospettato di aver falsificato documenti per ottenere il rimborso di un viaggio a Roma, giustificandolo con impegni istituzionali inesistenti. La cifra contestata è di 232 euro, comprensiva di una spesa per taxi rimborsata anche alla moglie, Angelina Molinaro, anch’essa indagata per falso.

Scambi di favori tra politica e imprenditoria

Uno degli episodi più gravi che emergono dall’inchiesta riguarda la relazione tra Pallaria e l’imprenditore Francescantonio Stillitani, ex assessore regionale. Secondo l’accusa, il dirigente avrebbe agevolato Stillitani nell’ottenimento di un finanziamento regionale da destinare alle sue strutture turistiche, nonostante un’iniziale bocciatura da parte degli organi preposti. In cambio, Pallaria avrebbe ricevuto soggiorni gratuiti presso il Garden Resort, agevolazioni economiche per amici e conoscenti e la promessa dell’assunzione di persone da lui indicate.

Rapporti con l’impresa Vittadello

Pallaria è inoltre accusato di aver favorito l’imprenditore Sergio Vittadello, insieme a Luigi Incarnato, all’epoca commissario liquidatore della Sorical. In cambio di compensi non dovuti, i due avrebbero garantito a Vittadello e alla sua collaboratrice, Giada Fullini, vantaggi nell’appalto per la costruzione di un impianto per il trattamento dei rifiuti. Le accuse comprendono anche l’assegnazione diretta della gestione della diga del Menta, operazione che, secondo i magistrati, sarebbe stata strutturata in modo da eludere la necessità di una gara pubblica.

L’estorsione e il ricatto di Ercole D’Alessandro

Nella seconda parte dell’indagine spicca la figura di Ercole D’Alessandro, ex finanziere coinvolto in altre inchieste giudiziarie. D’Alessandro, insieme ad Alfonso Dattolo, ex consigliere regionale e attuale sindaco di Rocca di Neto, avrebbe costretto due imprenditori a versare una somma di 20mila euro sotto forma di un fittizio contratto di consulenza. La minaccia, secondo l’accusa, era la divulgazione di una fotografia compromettente che avrebbe danneggiato la reputazione degli imprenditori, i quali avevano ottenuto lavori in subappalto grazie alle sue pressioni.

Accessi illeciti ai database delle forze dell’ordine

L’ex finanziere D’Alessandro è inoltre indagato per accesso abusivo ai sistemi informatici della pubblica amministrazione. Avrebbe sfruttato il suo ruolo per consultare illegalmente banche dati riservate, sia per interesse personale che per favorire amici e conoscenti. Tra le ricerche effettuate, una ha riguardato il deputato Francesco Cannizzaro, di cui avrebbe verificato l’intestatario di una targa automobilistica, oltre a informazioni relative a diverse altre persone.

 L’inchiesta disegna un quadro inquietante di corruzione e favoritismi all’interno delle istituzioni regionali. Le accuse mosse ai vari indagati delineano una gestione opaca della cosa pubblica, caratterizzata da scambi di favori, indebite pressioni su funzionari e uso improprio delle risorse pubbliche. Mentre la magistratura prosegue nel suo lavoro per accertare le responsabilità, resta il problema più ampio della trasparenza amministrativa e della necessità di controlli più stringenti per prevenire il ripetersi di simili episodi.